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Quando i Ranger entrarono a Favara
Luglio 1943 Quando i Ranger entrarono a Favara

A Favara contrariamente a quanto qualche anziano ricordi, il Regio esercito italiano resistette stoicamente all’invasione. Durante il breve periodo che gli americani stettero a Favara si verificarono degli episodi singolari. Ecco il racconto di quei giorni storici a Favara del lontano 1943

di Pasquale Cucchiara - 15/07/2016

Gli amanti della storia associano il 14 luglio alla presa della Bastiglia o all’attentato a Palmiro Togliatti, ma a noi ricorda anche il 73° anniversario dell’entrata degli americani a Favara. In generale, lo sbarco delle truppe anglo-americane in Sicilia rappresentò, praticamente, la fine della Seconda guerra mondiale. Il nostro popolo era allo stremo delle forze e, forse, anche per questo motivo accolse i soldati americani come veri e propri liberatori. A Favara invece, contrariamente a quanto qualche anziano ricordi, il Regio esercito italiano resistette stoicamente all’invasione. 

Nella fattispecie, l’attacco americano a Favara si mosse su tre linee. Lo scontro più cruento si registrò in direzione Favara-Naro, precisamente in contrada Pernice. Qui ingaggiarono un durissimo scontro il 30° Gruppo Reggimentale americano e il 35° Battaglione di Bersaglieri italiani comandato da Guido Moccia “che malgrado pressato dal fuoco dell’artiglieria avversaria – si legge sulle pagine del giornale “Storia Militare” - lanciò un ulteriore contrattacco con gli ultimi due plotoni di cui disponeva. I bersaglieri ebbero un tale impeto da far credere agli americani di trovarsi di fronte truppe ben più consistenti di quanto nella realtà fossero”. 
 
Gli italiani resistettero dall’11 al 14 luglio perdendo oltre duecento uomini tra morti e feriti, ma abbattendo un aereo, distruggendo pezzi d’artiglieria e mezzi militari nemici. L’ufficiale, Guido Moccia, fu colpito più volte e trasportato in ospedale, dove subì l’amputazione di un braccio. Questi fatti gli valsero la Medaglia d’Oro al Valor militare. I pochi superstiti, agli ordini del capitano Jammarino, si ritirarono verso Agrigento in zona Quadrivio Spinasanta. Una seconda linea d’attacco americana proveniva dall’odierna strada provinciale SP3 meglio conosciuta come “Crocca” dove il 2° Battaglione del 7° Reggimento americano, agli ordini del Maggiore Duval, proveniente da Palma di Montechiaro (dove trovarono deboli resistenze nei pressi del fiume Naro in cui era appostato il 74° Battaglione del 10° Reggimento Fanteria italiano) impiantò una base militare nella parte alta di contrada Ticchiara. 
 
I primi soldati americani a mettere piede a Favara furono i Ranger del 3° Battaglione agli ordini del Maggiore Dammer (questo reggimento fu completamente annientato nel corso della battaglia di Cisterna dopo lo sbarco ad Anzio). Essi arrivarono in treno e, come dicevamo, furono accolti come liberatori dalla popolazione. Per la gioia di tutti lanciarono al nostro martoriato popolo caramelle, cioccolati, scatolette e sigarette, prodotti che in gran parte i siciliani sconoscevano. Una delle sorprese più acclamate fu quella del DDT, prodotto utilissimo per la disinfestazione dei pidocchi, molto diffusi a causa delle pessime condizioni igienico–sanitarie. 
Tra i soldati americani c’erano anche uomini di colore.
 
I favaresi rimasero sbalorditi nel vedere uomini dalla pelle nera perché all’epoca le nostre zone non erano mete di immigrazione come oggi. Superato il centro abitato, i Ranger si diressero verso Agrigento percorrendo la statale 122. Dopo circa 3 chilometri – scrive lo storico agrigentino Fucà - incontrarono una debole resistenza da parte di una postazione di mitragliatrici dal tiro peraltro impreciso, ma la superarono agevolmente. 
 
La nostra sensazione è che lo scontro si consumò nei pressi del monastero (in dialetto “e monaci”) che si trova lungo la statale 122. Il presidio americano a Favara fu assicurato agli uomini del 7a Fanteria che avevano piazzato alcuni carri armati “Sherman” nei punti nevralgici della città tra cui piazza della Vittoria. Presa Favara, gli americani puntarono verso Agrigento e Porto Empedocle. Una decisiva battaglia venne combattuta al Quadrivio Spinasanta il 15 luglio del 1943. Il 16 luglio Agrigento cadde. In seguito i prigionieri italiani vennero radunati per qualche tempo in una sorta di campo di concentramento che gli americani avevano allestito nella zona dell’odierna Villaseta. 
 
Durante il breve periodo che gli americani stettero a Favara (15-20 giorni circa) si verificarono degli episodi singolari. Non è mistero che molti dei soldati americani fossero di origine siciliana e che, all’occorrenza, parlassero anche il nostro dialetto. Furbescamente gli americani si servirono dei nostri emigrati al fine di avere una maggiore conoscenza del territorio da occupare. In realtà l’esercito americano si servì anche di un interprete favarese, un tale Francesco Crapanzano, emigrato in America. 
 
Leggenda vuole che la città di Favara evitò i bombardamenti aerei grazie ad un generale di origini favaresi o comunque di un paese limitrofo che operava nello staff di Patton della 7a Armata americana. In questo limitato lasso di tempo si parlò anche dell’omicidio di un soldato americano, reo di aver fatto delle insistenti avance alla moglie di un favarese. E come è noto, a Favara, come in generale nella Sicilia di un tempo, il rispetto per la donna è valore fondamentale.
 
Dopo quei giorni concitati, il nostro popolo subì, come dire, un processo di “americanizzazione” sia dal punto di vista politico che culturale. Infatti, come scrive Andrea Camilleri, l’entrata degli americani in Sicilia cambiò addirittura il nostro modo di vivere il Natale dato che, per la prima volta, venne introdotto nelle nostra case l’albero di Natale. 

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