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La guerra dell'acqua Nestlè condannata, primo round giudiziario al Comune di S. Stefano

Sei condanne e un'assoluzione. Per l'accusa, la multinazionale avrebbe emunto dal bacino idrico della comunità montana

di Dario La Mendola - 23/04/2015

Comune di Santo Stefano di Quisquina-Nestlè Acqua Vera 1-0. Non è il risultato di una partita di calcio ma la sentenza di primo grado, emessa dal giudice monocratico del tribunale di Catania, Grazia Anna Caserta, di una battaglia giudiziaria iniziata parecchio tempo fa. La vicenda risale al 2008, anno in cui gli amministratori del Comune agrigentino accusarono il colosso industriale svizzero di emungere dal bacino utilizzato dai paesini limitrofi, mettendone a rischio la capacità idrica. 

Nell'anno precedente la Nestlè aveva ottenuto, dalla Regione Sicilia, la concessione di attingere alla fonte Margimuto, con il vincolo di produrre, in cinque anni, 250 milioni di litri. Ma la multinazionale, a detta dei quisquinesi, avrebbe non solo esagerato con i propri rubinetti, sottraendo acqua alla comunità montana, ma, in combutta con l'Università di Catania, avrebbe anche prodotto documentazioni false, presumibilmente correggendo in modo non esattamente scientifico le analisi microbiologiche.

A testimoniarlo ci sarebbero le intercettazioni telefoniche. In un prelievo di laboratorio risalente al 23 ottobre del 2008, difatti, il consulente dello stabilimento Nestlè-Vera di Santo Stefano di Quisquina, Salvatore Trainito, e il manager della Sanpellegrino-Nestlè, Piero Severino Viola, avrebbero definito i dati "sballati e fuori legge".  A occuparsi delle verifiche sarebbe stato il professore universitario Salvatore Sciacca, il quale, secondo l'accusa sostenuta dal sostituto procuratore Angelo Busacca, avrebbe eseguito ordini divenendo "uno strumento" di Trainito e Viola, conducendo le analisi non in presenza del personale dell'Azienda sanitaria locale, secondo quanto previsto dalla normativa.

Gli imputati sono stati ritenuti colpevoli, in concorso tra loro, del reato di falsità ideologica in atti pubblici. Queste le condanne, tutte con pena sospesa: tre anni a Salvatore Trainito, Piero Severino Viola e Salvatore Sciacca; un anno e due mesi, invece, a Matteo Tironi, direttore dello stabilimento nell'Agrigentino, e al chimico Angela Pantano Lauria e all'assistente universitaria Antonina Ferrara Di Bella; assolta, per non aver commesso il fatto, Rosaria Fina, moglie di Trainito, la quale, secondo l'accusa, era "pienamente a conoscenza della frode".  Ma il braccio di ferro giudiziario è solo al primo round. La difesa respinge le tesi di Busacca. Non ci sarebbero stati correzioni, dicono, e non esisterebbero prove che accertino l'invio al Ministero della Sanità di analisi false.

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